2023DESIDERIO Atto Primo

D E S I D E R I O. Atto Primo

DESIDERIO. ATTO PRIMO

MARIO AIRÒ, FRANCESCO CARONE, ANDREW DADSON, MARCO DE SANCTIS, IVAN GRILO
SOPHIE KO, DAVIDE MANCINI ZANCHI, GIOVANNI OZZOLA, GIULIO PAOLINI
CLAUDIO PARMIGGIANI, AGATHE ROSA, ERIK SAGLIA, MARCO SCHIAVONE, GILBERTO ZORIO
In collaborazione con:
A+B Gallery (Brescia), Dauwens & Beernaert (Bruxelles), Galleria Continua (San Gimignano), Galleria de’ Foscherari (Bologna), Galleria Franco Noero (Torino), Galleria in Arco (Torino),
Osart Gallery (Milano), SpazioA (Pistoia), Thomas Brambilla (Bergamo), Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea (Torre Pellice)
 
TESTO DI  GIULIA DE GIORGI

29.10.2023 – 7.01.2024

DESIDERIO – ATTO PRIMO è la seconda tappa di un più ampio progetto sul “desiderio come apertura verso l’Altrove, come trascendenza, come invocazione di un’altra possibilità rispetto a quella offerta dalla semplice presenza dell’esistente” (Massimo Recalcati, Ritratti del Desiderio, Raffaello Cortina Editore, 2018).


DESIDERIO, ideato durante la pandemia e sviluppato negli anni seguenti, è un percorso a tappe che racconta una visione curatoriale ancor prima che galleristica: una serie di punti luminosi, uniti da reti invisibili, che si riconoscono nel segno del sodalizio e dell’obiettivo comune. Société Interludio, grazie alla collaborazione con altre realtà, si rende collettore e contenitore del dialogo tra galleristi, opere e artisti di diverse generazioni, confermando la propria identità e la propria visione di galleria d’arte contemporanea come luogo di condivisione, ricerca, sperimentazione e cura.
DESIDERIO (dal latino de-sidera: “mancanza di stelle”) porta nel proprio etimo la dimensione dell’attesa, in una condizione in cui le stelle sembrano assenti. Da qui l’anelito verso l’Altrove, l’attenta e nostalgica veglia fino al loro riapparire, il riconoscimento di una mancanza che spinge alla ricerca della via, con la promessa che vi sia spazio per l’insondabile e per un orizzonte diverso da quello quotidiano.

Dopo l’introduzione a Torino con DESIDERIO – PRELUDIO, il viaggio prosegue a bordo dello shuttle disegnato da Erik Saglia (14), mezzo intergalattico che trasporta letteralmente in un’altra dimensione*. Procede così anche il racconto: avevamo lasciato l’artista a farsi e farci strada nelle notti senza luna, proprio come il disegnatore di Giulio Paolini (1), intento a riprodurre, sotto la volta celeste, un paesaggio dalle fattezze umane. La ricerca della rotta è progredita, disponiamo degli strumenti necessari all’esploratore e ineluttabilmente disegniamo le nostre carte stellari per navigare lo spazio. Ognuno costruisce la propria mappa personale, instaurando un dialogo con le stelle. Ogni opera è un microcosmo.

*Lo shuttle che collega Torino a Cambiano è realizzato in collaborazione con l’azienda Nuova Benese ed è disponibile gratuitamente da giovedì 2 a domenica 5 novembre, durante Artissima.

FUOCO
La galleria di Cambiano racchiude multiformi manifestazioni cosmiche, alcune brillano particolarmente, altre attendono nell’oscurità. Alcune sono fisse e immutabili, altre nascondono una sottile elettricità, che cerca di penetrare la barriera interposta tra la nostra visione e la fonte luminosa. È proprio l’ostacolo a creare le forme: vernice nera nell’opera di Andrew Dadson (12), carta bianca nell’opera di Mario Airò (7). L’intervento più o meno casuale e gli interstizi creati o lasciati dagli artisti fanno intravedere l’energia latente, che pare sul punto di manifestarsi in un’esplosione di luce. È la vita dell’opera, che esiste nel suo calore, noncurante della nostra presenza contemplativa. Nel cielo verticale di Sophie Ko (11) la combustione è già avvenuta, lasciando infinitesimali resti di immagini inconoscibili, punti chiari che nella loro variazione costruiscono una costellazione fuori dal controllo dell’artista: l’annientamento ha generato nuove immagini, la distruzione per processo chimico ha permesso alla materia di trasformarsi e aprirsi a nuove ulteriori possibilità. Il percorso non termina qui, qualcosa ancora accade e ci fa riflettere sulla dimensione temporale, sulle proporzioni, sulle distanze e sulla percezione falsata dei fenomeni naturali attorno a noi: le ceneri migrano, collassano lentamente e inesorabilmente. Non possiamo accorgercene a occhio nudo, proprio come non possiamo sapere se l’elemento di fuoco che osserviamo stagliarsi nell’oscurità sia ancora lì oppure ci racconti di una stella già spenta. Un astro che possiamo riaccendere – almeno nei nostri sogni – e che possiamo immaginare come una stella a cinque punte: quella di Gilberto Zorio (10), simbolo di energia trasformatrice e, nella sua struttura, simile all’essere umano, e forse proprio per questo a noi estremamente familiare, nel suo poter essere anche disegno distratto e tracciato infantile.

TERRA
Un tentativo bisognerà pur farlo, per avvicinare la scala cosmica a quella umana. Da sempre l’uomo cerca di colmare quella incolmabile distanza dai corpi celesti, grazie all’osservazione, al pensiero e alla magia. Nei frottages, Marco Schiavone (6) tenta l’avvicinamento ricalcando la superficie terrestre incisa dall’uomo millenni fa per raffigurare gli astri. Su queste mappe in scala 1:1 è narrata la connessione tra la terra e il cielo, tra la pietra e la stella, apparentemente immutabili e lontani: un calco del calco, una pelle su cui leggere il firmamento guardando verso la terra.
Penetrando idealmente la roccia sotto i nostri piedi si può proseguire anche oltre, per scrutare l’abisso al di là delle rappresentazioni rassicuranti e conosciute: nella Cosmografia di Claudio Parmiggiani (3) il positivo diventa negativo e viceversa, la luce si fa ombra, le sfere celesti si frammentano e davanti ai nostri occhi si apre uno spettacolo ineffabile, fino al momento in cui non distinguiamo più tra l’alto e il basso. L’immagine rimbalza senza fine dentro lo specchio: come in cielo così in terra. Terra che talora si ricorda del cielo, tanto da farne modelli per sé. La costellazione di perle preziose di Francesco Carone (5) è così una versione “portatile” del cosmo, un ricordo cucito su un vecchio plaid, il ricordo della rivelazione di una notte: l’Altrove, nella sua indicibile bellezza, può essere cercato e desiderato, ma mai posseduto. La coperta con la disposizione degli astri apparsi quella notte è la finestra verso l’universo, oltre il proprio corpo.

ACQUA
Davide Mancini Zanchi (2) crea un tappeto di stelle in cui il corpo è protagonista: la saliva, elemento organico, fluido, personale, marchia in maniera dissacrante la sacralità del firmamento, che anche Agathe Rosa (13) prova a scalfire, invitandoci a dubitare della realtà, inevitabilmente sempre costruita come in una ripresa soggettiva. L’inganno è dietro l’angolo, la sottile e ironica ambiguità dell’opera scava nei nostri pensieri: cosa sto osservando? Sono davvero aurore boreali oppure queste forme bianche non sono altro che il vapore acqueo che esce dalla bocca? Di qualsiasi cosa si tratti, ci troviamo di fronte a una scoperta, ma anche a una domanda e a un desiderio che ci spingono a proseguire oltre, verso territori inesplorati.
Per Ivan Grilo (9) il punto di origine di questo tragitto è un racconto tramandato per iscritto, e il mezzo è la parola. I sensi vengono volontariamente messi in pausa e la parola può elevarsi a puro respiro. Non più suono, ma ciò che sta tra un suono e un altro, un momento di discontinuità: virgole, silenzi, pause. Un cielo che ora rispecchia quei vuoti diventati pieni, quei punti diventati corpi celesti. Come fosse il cosmo a rispondere alla nostra domanda.

ARIA
L’osservazione finalizzata alla conoscenza è da sempre uno dei modi per colmare la distanza tra noi e il cielo. Che si tratti dell’occhio nudo, di un telescopio casalingo o di un osservatorio astronomico, lo sguardo è il primo strumento del sapere. L’occhio affronta l’incommensurabile e da questo deriva dapprima stupore, poi rappresentazione e interpretazione. Lo stupore è quello per una manifestazione fluttuante di luce e materia, immortalata da Giovanni Ozzola (8) sull’ardesia: una nebulosa, a tratti agglomerato insondabile, a tratti fase terminale dell’evoluzione di una stella, a ricordarci ancora una volta che tutto è soggetto al tempo e che nessuno sguardo può cogliere fino in fondo la visione dell’infinità del cosmo. È importante, per non perdersi nella pura meraviglia, mantenere il proprio sguardo aperto e speculativo, come la prima volta in cui, secoli fa, attraverso un telescopio, l’essere umano osservò da vicino la Luna, per poi riprodurla il più precisamente possibile. Le incisioni di Marco De Sanctis (4) sono, in questo senso, una celebrazione dell’occhio che si spinge lontano dal territorio conosciuto e della mente che, grazie alla memoria visiva, completa l’immagine.
Rappresentazione quindi, ma anche interpretazione, la medesima che utilizzano gli astrofisici per colmare le parti alterate e illeggibili nelle immagini catturate dagli strumenti scientifici. Si può forse allora ideare una tassonomia dell’interpretazione, una scienza che includa le variabili dettate dall’immaginazione. Erik Saglia (14), in maniera sistematica, riproduce i satelliti in forme che esulano dalle immagini canoniche, per mostrarci i corpi celesti nel loro stato di tensione, nell’attimo contemplativo che prelude all’esplosione e al riordino degli elementi nello spazio.
Prima che ricominci il tempo dell’Altrove.

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