2026Old Snag Ingeborg Tysse

Old Snag

Ingeborg Tysse | Old Snag

Testo critico di Caterina Avataneo

Di solito detesto i testi che iniziano con una definizione, ma Old Snag ne richiede decisamente una. Personalmente, potrei immaginare un “Ehi tu!” posto subito prima – quel tipo di espressione biascicata al bancone di un pub e rivolta a qualche ubriaco: un corpo storto, inspiegabilmente ancora in piedi.

A quanto pare, il termine non viene normalmente usato per gli esseri umani. Eppure, se lo fosse, la mia intuizione non sarebbe del tutto fuori luogo. In selvicoltura, uno snag è un albero morto in piedi: non più vivo in senso biologico, ma non ancora riassorbito dal terreno. Un morto che cammina, in altre parole! Non sorprende allora che qualsiasi immagine stereotipata di una casa infestata includa da qualche parte nello sfondo un tronco colpito da un fulmine, contorto come il dito di una strega.

Aspetta, ascolta questo prima di alzare gli occhi al cielo davanti alla mia ossessione per l’argomento. Ciò che è importante, e sempre più documentato nella ricerca ecologica, è che questi alberi morti ancora eretti sono tutt’altro che resti inerti. Funzionano come ecosistemi attivi, ospitando cavità per la nidificazione degli uccelli, rifugio per insetti, pipistrelli, vita microbica, funghi, licheni, muschi e una fitta varietà di organismi che dipendono proprio dalla decomposizione per la loro vitalità.

Nella mostra di Ingeborg Tysse, un old snag appare in un’analoga ontologia sospesa. Recuperato nei dintorni della galleria, il tronco è posizionato cerimonialmente in verticale. Con un paio di ali simili a quelle di un gufo che si dispiegano ai suoi lati, assume una presenza totemica. L’effetto è piuttosto assurdo e deliberatamente inquietante. Il tronco è ancorato al suolo, appesantito dal proprio passato, mentre le ali animano qualcosa che ci si aspetterebbe essere privo di vita.

Anche il gufo porta con sé una simbologia di rilevanza per il contesto, comparendo in molteplici tradizioni popolari come creatura associata a presagi di morte, al sapere oscuro e alla soglia tra i mondi. Altri tre tronchi di ciliegio giacciono orizzontalmente sul pavimento monumentali, adornati con gorgiere elisabettiane, colletti clericali e cinture. La corteccia artritica marrone scuro e i funghi carnosi che ne fuoriescono rivelano che, al momento del prelievo, questi tronchi erano già stati reclamati dal suolo della foresta.

Dal punto di vista ecologico, appartengono a una categoria completamente diversa: il deadwood, o legno morto a terra. In genere, quando l’umidità penetra nel legno dal terreno sottostante, il muschio si diffonde sulla sua corteccia e i funghi proliferano, mentre larve e colonie microbiche convertono gradualmente il legno in materia organica ricca di nutrienti, contribuendo al lento rilascio di carbonio nel suolo. Un processo rigenerativo fondamentale, che rende il tronco inquietantemente simile a un cadavere in putrefazione.

Ciò che ci disgusta del cadavere, scrive Julia Kristeva in Powers of Horror, è il suo collassare delle categorie che ci ostiniamo a tenere separate: vita e morte, sé e non-sé, corpo e rifiuto. Il cadavere è ciò che trascende la purezza e il contenimento: il più inquietante dei residui in cui la vita persiste come qualcosa di non più riconoscibile come “sé”.

Pensa a come vediamo i nostri defunti per l’ultima volta. Di solito accade nella camera ardente: vestiti, composti, restaurati cosmeticamente, l’odore temporaneamente attenuato, il corpo accuratamente sistemato in un’immagine finale di coerenza prima che la bara venga sigillata e la decomposizione rimossa dalla vista. Ciò che segue – la lenta e irreversibile trasformazione del corpo in altre forme di materia – viene sistematicamente sottratto alla sfera dell’immaginazione dei vivi.

È precisamente all’interno di questa logica che risuonano i collari e le cinture collocate sui tronchi. Storicamente, le gorgiere fungevano da dispositivi di postura e distinzione di classe, producendo un’immagine di eleganza e compostezza aristocratica — mentre, più implicitamente, nascondevano l’ammorbidimento del collo e i segni visibili dell’invecchiamento corporeo in un’epoca pre-Botox. Anche le cinture operano secondo una logica di contenimento simile, incorniciando un’altra parte del corpo notoriamente tendente al molle.

Nell’installazione di Tysse, questi accessori antropici, goffamente fuori scala, sembrano tentativi di stabilizzare una materia già in trasformazione, quasi a voler entrare in una sfera intima di attaccamento, dove decorazione e manutenzione diventano modi per restare accanto a ciò che è andato perso. 

Il risultato è al tempo stesso tenero e grottesco. Così come le piume degli uccelli per il tronco in piedi, animano i tronchi di ciliegio conferendo loro personalità. Ciò è evidente anche nella coppia di piccole sculture in bronzo simili a radici, ciascuna adornata da un cappello-collare che dona loro un’apparenza vivace, come se fossero colte nel mezzo di una danza. O sia forse che tutte queste gorgiere implicano una schiera di creature decapitate? Il dubbio non può che restare sospeso, irrisolto…

Naturalmente poi, nessuna parata dei morti sarebbe completa senza un fantasma. Una suggestiva griglia metallica, inconfondibilmente cilindrica, si erge nello spazio. Traslucida e argentea, infonde una presenza spettrale, facendosi testimone di quelle forme di scomparsa che non possono più essere tenute a distanza, ed esprimendo un lutto esteso a queste.

Tysse affronta il desiderio umano di preservare e immortalare, ponendo al contempo la morte degli ecosistemi direttamente davanti ai nostri occhi. Così facendo, ci invita a riflettere su ciò che viene considerato degno di essere preservato e su ciò che invece è lasciato scomparire inosservato. Lo snag, dopotutto, non è soltanto un simbolo poco conosciuto della mortalità, ma un elemento sempre più vulnerabile all’interno delle foreste gestite, dove il legno morto viene spesso rimosso in nome della produttività.

Insieme a quest’opera metallica, due tessuti jacquard digitali introducono una dimensione sintetica. Tra fitti grovigli ramificati che rivelano gabbie toraciche sotterranee o orecchie che spuntano da tasche di legno, si dispiegano visioni arcaiche e psichedeliche. È l’effetto della consapevolezza allucinatoria che la vita organica ha sempre comunicato attraverso infrastrutture nascoste che trascendono i singoli corpi… e che la foresta è viva — e morente — dentro e fuori di noi.

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